LO SCENARIO EPIDEMIOLOGICO

Per gli addetti ai lavori non ci sono proprio dubbi: l'influenza è sicuramente da considerarsi tra le malattie infettive che costituiscono un rilevante problema di sanità pubblica a livello mondiale.

Del resto la patologia, diffusa in tutti i continenti, è contraddistinta dal punto di vista epidemiologico dal ripetersi di episodi infettivi, che coinvolgono mediamente ogni anno centinaia di milioni di persone e le cui complicanze nelle persone anziane possono essere gravate da mortalità fino all'80 per cento dei casi.

Si parla così di epidemie quando il contagio, pur diffuso, colpisce una minoranza della popolazione, all'incirca il 15-20 per cento. Si è, invece, in presenza di una pandemia quando circa il 50 per cento della popolazione mondiale contrae l'influenza, nell'arco di uno-due anni.

Sul piano strettamente numerico nel nostro Paese l'epidemia influenzale della scorsa stagione invernale 1998-1999 ha riguardato oltre 10 milioni di persone, sfiorando un'incidenza del 17,2 per cento.

I periodi interpandemici e le pandemie

Di fatto, lo scenario epidemiologico è caratterizzato da lunghi periodi interpandemici, il cui intervallo è fortemente variabile nell'arco di un secolo. Se consideriamo l'ultimo secolo, vediamo che ci sono state tre grandi pandemie: nel 1918, ricordata come "la Spagnola", nel 1957 come "l'Asiatica", e nel 1968 "la Hong Kong".
Tale andamento non è, ovviamente, casuale ma coincide con la circolazione di nuovi virus influenzali, o meglio con alcune varianti maggiori di uno dei tre virus influenzali: quello di tipo A. Il virus di tipo B, tipico esclusivamente dell'uomo, non origina varianti pandemiche seppure sia in grado di causare epidemie clinicamente rilevanti, mentre il virus C, di più recente scoperta, non provoca infezioni clinicamente significative o gravate da complicazioni. Ovviamente, la presenza delle varianti virali A viene aggravata da determinate condizioni climatiche stagionali: per esempio, nel nostro emisfero boreale, inverni rigidi e secchi.
Va precisato che ogni pandemia corrisponde alla comparsa di virus A modificati nella loro struttura antigenica, contro i quali la popolazione non ha ancora prodotto anticorpi protettivi e risulta, pertanto, scoperta sul piano delle difese immunitarie.
Viceversa, i lunghi episodi interpandemici coincidono con la circolazione di minime variazioni dei virus A e B. In linea di massima, ogni due-tre anni si hanno epidemie influenzali da virus A e ogni 3 6 anni da virus B. Generalmente le epidemie A sono più diffuse e gravi, nel senso che hanno un maggiore impatto sulla popolazione e sull'organismo rispetto alle epidemie B.
Oggi sappiamo che molte ondate epidemiche sono provocate dalla circolazione contemporanea di due varianti virali, per esempio di virus A, oppure dalla diffusione di virus A e B insieme. Va detto infine che l'andamento dell'epidemia segue sempre un profilo standard: impennata iniziale del contagio, raggiungimento del picco massimo di diffusione in due-tre settimane, declino rapido e, dopo 5-6 settimane, spegnimento dell'episodio.

Il monitoraggio dell'OMS

Grazie al WHO Influenza Programme, messo a punto già dal 1950 dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, è possibile monitorizzare la circolazione dei virus e prevedere cos', di anno in anno, il rischio epidemico della malattia influenzale, nonché allestire con i ceppi virali appropriati il vaccino da proporre alla popolazione. Per raggiungere al meglio questo obiettivo l'OMS coinvolge una rete di laboratori nazionali distribuiti in tutto il mondo, in grado di isolare rapidamente i virus influenzali circolanti che vengono, dapprima, inviati ai centri nazionali dell'OMS - per l'Italia l'Istituto Superiore di Sanità - e quindi a uno dei quattro centri di riferimento internazionali: Londra, Atlanta, Melbourne e Tokyo.